Il cane e la bambina

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Questo è il racconto di un’amica, una storia vera, verissima. Io ho pianto tanto e mi sono emozionata. Non so quale effetto avrà su di voi. Buona lettura.

«Era il cane di mio zio, in campagna, e lui lo trattava malissimo. Era, mio zio, una bestia ignorante. Lo picchiava spesso, anche a bastonate. Gli dava da mangiare poco e male tant’è che cacciava le galline solo per mangiarle. Tutto questo è andato “bene” a Lessie (🙄) finché non sono arrivata io.

Ragazzina di città, con cani di città. Io e Lessie, che dal momento che era più alto di me ribattezzai “sua maestà The King” ci siamo piaciuti subito. Era selvatico, inafferrabile, maestoso. Aveva paura dell’uomo, o forse di se stesso rispetto all’uomo. Comunque sia diventiamo una cosa sola io e quel cane. Abbandona la casa di mio zio, attaccata alla mia, e viene a vivere sotto la mia finestra. Io ci parlo, con poche parole e molti sguardi. Lui capisce tutto. Siamo per tutti “il cane e la bambina”. Un giorno trovo due aborti di gatto ancora vivi e decido di salvarli, nonostante la natura avesse già deciso. Lui muore di gelosia, al secondo giorno ne mangia uno strappandomelo dalle mani. Sono disperata come se mi avessero strappato un arto e grido di dolore e piango. King scappa e per giorni mi guarda da lontano. Attende che la rabbia mi passi, che la voglia di lui mi torni. Gli basta un secondo nei miei occhi, al quarto giorno, per comprendere che può tornare. Si avvicina in punta di zampe e con le orecchie basse. Mi alza una mano col muso, siamo di nuovo il cane e la bambina.

Mio zio intanto diventa più rabbioso, rivuole quel cane che suo figlio “ha pagato un sacco di soldi”, ma il cane resta con me. Un giorno vado a casa sua per una cosa che mi ha chiesto mia madre. King, che non mi perde d’occhio neanche per un secondo e non molla il mio fianco se non per farsi i fatti suoi, esita davanti a quel cancello. Gli dico di aspettarmi fuori, ma sente che se lui ha paura, è pericoloso anche per me. Ed entra. Appena lo vede mio zio afferra il rastrello e fa per darlo addosso al cane. Mi metto in mezzo giusto un secondo prima e lui riesce a fermarsi. “Picchia me”, gli urlo tra le lacrime. “Picchia me”.

Per la prima volta nella sua vita King perde la calma. Comincia a ringhiare furioso verso mio zio, rigido come il marmo col pelo dritto e coi muscoli in tensione. Mi volto verso di lui, lo guardo pregandolo dentro di me di calmarsi. So di non dover parlare, una mia parola e farà a pezzi mio zio. L’ho visto con le prede, ma non l’ho mai visto con il sangue negli occhi. King non vuole guardarmi, punta mio zio e non mi guarda. Guardo allora dritto negli occhi di mio zio, che finalmente abbassa l’arma. King non perde di rigidità ma ora mi guarda. Lo ritrovo. Gli sorrido e gli faccio cenno di andare. King sbuffa e fa un giro su se stesso, rimanendo ancora con lo sguardo fisso su quell’uomo crudele. Il pelo torna una nuvola bianca e rossa, la coda pomposa all’insù, mi dà colpetti al fianco con la testa. Siamo salvi. Siamo il cane e la bambina. Mai avuto un rapporto così con un altro animale, c’era qualcosa di primitivo e gigantesco in quel cane… e nulla delle mie coccole da mammina di cani era per lui. Fronte contro fronte era il nostro bacio, dormire l’uno accanto all’altra il nostro riposo. Ero più selvatica anche io, e bastava a essere felice davvero. Ci siamo detti addio in un giorno di settembre. So che gli hanno sparato per aver rubato l’ennesima gallina in un terreno vicino».